Pubblicato il 19/10/15

Liberarsi della cultura del dolore in medicina.

Un parente soffriva di fame d’aria nelle fasi finali della sua vita, affetto da grave insufficienza respiratoria. Ma soffriva anche di dolori, a causa delle terapie in corso e dell’ormai lungo allettamento. Provo da lontano a suggerire che il medico curante prescriva degli antidolorifici oppioidi (per intenderci, quelli simili alla morfina; gli altri, quelli consueti, non funzionavano più) ma il medico curante e lo specialista internista cominciano a rimpallarsi la faccenda perché “così si rischia di farlo morire prima”. Il povero paziente si tenne i dolori per i pochi giorni che gli restavano ancora da vivere. Quando la malattia è incurabile ed è entrata nella fase terminale scegliere se lenire le sofferenze o prolungare la vita di giorni o settimane a costo di dolori trattabilissimi è una decisione difficile per noi medici. A volte prevale la…cultura del dolore. Forse perché non veniamo adeguatamente preparati a queste decisioni o perché non siamo sufficientemente tutelati dalle leggi e da chi gestisce le strutture sanitarie. In un recente libro di Beppe Remuzzi (“La scelta – Perché è importante decidere come vorremmo morire” Sperling&Kupfer) c’è un intero capitolo dedicato a questa faccenda. Gli abbiamo chiesto di scrivere qualcosa anche per 500WORDS.  (vt)
“Non chiamatemi professore e nemmeno dottor Dormandy potete scegliere fra Thomas e Tom “the former after Aquinas not the doubter apostole”. E' così che ci ha accolto nel suo laboratorio al Wittington Hospital la prima volta. Sono passati più di trent'anni, Dormandy era già una celebrità, noi dei ragazzi appena laureati. L’ultimo suo libro: “Opium, reality's dark dream” non è una storia di medicina soltanto, è un po’ di storia dell'umanità. Ferdinand Keller ha trovato in un lago alpino fossili con semi di papavero bianco che si possono datare intorno al sesto millennio prima di Cristo. “Se Dio dovesse mai avere bisogno di cure la sua medicina sarebbe l'oppio" amava dire ai suoi studenti William Osler, il padre in un certo senso della medicina moderna.

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Autore/i

  • Giuseppe Remuzzi
    Giuseppe Remuzzi è Direttore del Dipartimento di Medicina degli Ospedali Riuniti di Bergamo e coordina le attività di ricerca delle sedi di Bergamo dell’Istituto Mario Negri e del Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare. E’ membro del “Gruppo 2003” che annovera gli scienziati italiani più citati dalla letteratura scientifica ed ha ricevuto nel 2007 il “John P. Peters Award”, il più prestigioso premio nel campo della nefrologia internazionale. E’ Commendatore della Repubblica per meriti scientifici ed editorialista del Corriere della Sera.

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Si parla di scienza in generale e non solo di virus. E si parla anche della vita di un uomo che, certo, è uno scienziato, ma non solo. E qui e lì compaiono le vite di altri uomini, pazienti, medici, ricercatori. Storie interessanti e ben descritte che hanno riempito piacevolmente buona parte di un lungo viaggio di trasferimento. (vt)

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Le bufale, i ciarlatani, i creduloni e il ruolo del WEB male utilizzato. C’è un mondo incredibile e terribile dentro il libro di un giornalista che ha fatto della lotta alla cattiva scienza biomedica il proprio tratto distintivo. Non le manda a dire il nostro ma lo fa con leggerezza, così come si fanno le cose serie. (vt)

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