Genetica e medicina di precisione: si puo' migliorare il futuro studiando la nostra “storia biologica”?

Tutti, per esperienza diretta o indiretta, abbiamo probabilmente assistito in almeno un’occasione al fallimento di una terapia. Alcuni trattamenti, o strategie preventive, funzionano molto bene nella maggior parte delle persone, altri invece sono caratterizzati da una risposta più variabile. Cercare di comprendere e sfruttare questa variabilità è un aspetto fondamentale della “medicina di precisione”, che vede tra i suoi obiettivi quello di ottimizzare la terapia medica selezionando le persone con la più alta probabilità di trarne beneficio (e col minor rischio di sviluppare effetti collaterali).

Ma quali sono le caratteristiche individuali che ci possono aiutare in questa selezione?

Per molti ricercatori, parte di questa risposta si trova nelle “fondamenta della nostra storia biologica”. Se volessimo scrivere in un libro il nostro percorso biologico come individui, il primo capitolo parlerebbe prevalentemente del nostro corredo genetico, il DNA. Qui troveremmo, infatti, le prime informazioni ereditate dai genitori biologici: una lunga sequenza di 4 lettere (A,T,G,C, i nucleotidi) ripetute miliardi di volte a formare un codice che sarà poi alla base di tutte le funzioni del nostro organismo. Come un ingranaggio, per il resto della vita questo codice andrà ad interagire in maniera dinamica con gli altri ingranaggi, ivi compresi i fattori esterni, ambientali. Un codice che ci accomuna (uguale circa nel 99% delle sue parti in ogni uomo) ma che include anche milioni di variazioni, definite varianti genetiche (paragonabili a lettere sostituite, cancellate, aggiunte, ecc.).

Studiando queste varianti si è scoperto come alcune di queste possano spiegare parte della suscettibilità individuale a rispondere ai farmaci così che dalla presenza di una variante genetica può dipendere l’effetto della terapia medica. Ad esempio, in ambito di prevenzione cardiovascolare, i portatori di determinate varianti mostrano un beneficio spiccato se trattati con statine (farmaci che riducono il colesterolo - Natarajan, Circulation 2017). In tal senso, queste varianti genetiche potrebbero rappresentare un importante aiuto per il medico e il paziente nel prendere la decisione terapeutica migliore, soprattutto in quei casi senza una chiara indicazione ad iniziare il farmaco (Kullo, Circulation 2016). In un altro esempio, alcune varianti genetiche sembrano identificare quei soggetti con diabete (caratterizzati da elevati valori di glicemia, ossia di zuccheri circolanti nel sangue) in cui un controllo molto intensivo della glicemia risulterebbe eccessivo e pertanto privo di vantaggi se non addirittura dannoso e quindi da evitare (Shah, Diabetes 2016). Ad ulteriore esempio (questa volta già implementato nella pratica clinica di tutti i giorni), i pazienti con infezione da HIV candidati ad utilizzare Abacavir (farmaco antivirale) vengono regolarmente sottoposti a test genetico per la presenza di una variante in grado di predire reazioni avverse a tale terapia (che quindi non viene prescritta nei soggetti positivi al test).

Sebbene nella maggior parte dei casi sia ancora presto per proclamarne un immediato utilizzo nella pratica clinica, ci si può auspicare che con l’acquisizione di ulteriori evidenze, sarà presto possibile utilizzare questi test genetici per applicare nuove strategie terapeutiche efficaci e sempre più “personalizzate” in numerosi ambiti della medicina.

Autore: Mario Luca Morieri

Mario Luca Morieri è medico specialista in Medicina Interna. Ha lavorato come ricercatore al Joslin Diabetes Center – Harvard Medical School di Boston, dove si è prevalentemente occupato di studi di genetica e farmacogenomica in ambito di prevenzione cardiovascolare. Attualmente è assegnista di ricerca presso l’Università di Ferrara ed è membro del coordinamento giovani ricercatori della Società Italiana per lo Studio della Aterosclerosi.


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