Il finanziamento della ricerca scientifica sulle malattie virali in Italia – Impariamo dal COVID-19 per un futuro migliore

In tempo ‘di pace’, lontani dall’emergenza di queste settimane, non avevamo predisposto un adeguato piano di risposta sul territorio nazionale ad un’epidemia con le caratteristiche della COVID-19 (coronavirus disease-2019). Tuttavia, ricordiamoci che il “paziente 1” di Codogno fu annunciato il 21 febbraio e che fino al giorno prima c’erano solo i tre casi ricoverati allo Spallanzani di Roma. La speranza è che una volta fuori dall’emergenza impareremo la lezione in previsione di possibili, forse probabili, epidemie future. Il virus (SARS-CoV-2) è simile, ma non uguale al virus della SARS; serve tempo per conoscerlo meglio e l’unico modo per farlo è finanziando la ricerca.

Negli scorsi anni è mancato in Italia un serio investimento pubblico nella ricerca scientifica in generale e in quella sui virus emergenti e riemergenti (come HIV e il virus del morbillo) in particolare. Molti colleghi e amici del Programma Nazionale di Ricerca sull’AIDS (ProgAIDS, 1990-2010) hanno così cambiato l’argomento della loro ricerca o l’hanno abbandonata definitivamente. Si trattava di 9-10 milioni di Euro spalmati su tre anni per un centinaio di laboratori che producevano ottima ricerca e riuscivano a competere e spesso vincere altri finanziamenti a livello europeo; insomma: massima resa per un investimento veramente minimo! Tutto ciò perché chi ci ha governato in questi anni non ha considerato il finanziamento pubblico della ricerca scientifica una componente strategica dello sviluppo della nostra nazione. Fanno parziale eccezione le malattie genetiche, la ricerca sul cancro, sulle malattie cardiovascolari e il diabete che possono contare sul sostegno di fondazioni private molto efficienti. Va sottolineato al riguardo come siano proprio i pazienti con patologie cardiovascolari e il diabete le persone più a rischio di gravi complicanze, fino al decesso, in caso d’infezione da SARS-CoV-2 a sottolineare come sia miope e profondamente sbagliato considerare le malattie come fossero compartimenti stagni.

Vi è poi un altro aspetto sottovalutato: le conseguenze a lungo termine del disinvestimento in rilevanti aree di ricerca quale quella sui virus emergenti e riemergenti. Molti degli attori principali che compaiono in questi giorni sui nostri schermi per aggiornarci sull’epidemia da SARS-CoV-2 sono in prossimità della pensione. I giovani clinici e ricercatori dei loro reparti e laboratori, quasi sempre precari, oggi esaltati dai media per il loro impegno ed entusiasmo, in assenza di un investimento non episodico, si sposteranno su altri filoni di ricerca meglio finanziati o migreranno verso professioni più sicure. E’ quindi fondamentale che l’esperienza di quest’epidemia induca un profondo quanto necessario cambio di mentalità da parte di chi ci governa e gestisce i finanziamenti pubblici alla ricerca scientifica. Speriamo fortemente che ciò avvenga in tempi rapidi con le caratteristiche generali d’inclusività che hanno caratterizzato il già citato ProgAIDS, perché abbiamo la necessità che le migliori competenze scientifiche del Paese diano un contributo per conoscere meglio quest’epidemia e costituire una rete di laboratori di ricerca e di esperti per fronteggiare rapidamente le eventuali prossime.

Autore: Guido Poli

Guido Poli è Professore Ordinario di Patologia Generale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha cominciato a fare ricerca su HIV/AIDS nel 1983 presso l’Istituto “Mario Negri” di Milano. Dal 1986 al 1993 ha lavorato a Bethesda (USA) al National Institute of Allergy and Infectious Diseases diretto da Anthony S. Fauci, leader mondiale nella lotta alle malattie infettive. Nel 1994 fonda, insieme ad Elisa Vicenzi, l’Unità d’Immunopatogenesi dell’AIDS all’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano dove tutt’ora entrambi lavorano.


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