La sostenibilità dei farmaci innovativi

La nuova cura per l'epatite C è diventato un caso nazionale, e politico. I portatori del virus che la provoca (HCV) in Italia, secondo le stime, sono almeno 1,5 milioni e, attraverso le loro associazioni invocano il diritto a ricevere la nuova terapia attraverso il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Come noto questo farmaco ha un costo elevatissimo, tale da drenare grande parte delle risorse che lo Stato destina alla sanità pubblica. L'AIFA ha fatto la sua parte, negoziando il rimborso del farmaco a prezzi non noti, ma verosimilmente  inferiori a quelli praticati in altri Paesi occidentali. Il governo sta provando a fare la sua parte, cercando di reperire i fondi necessari per garantire la cura, partendo dai casi che ne hanno più urgente bisogno. Il problema si spera che in un modo o nell'altro verrà risolto.

Anche perché l'efficacia delle terapia è tale da lasciar prevedere un risparmio al SSN attraverso una riduzione dei costi relativi all'epatite C su altri fronti (trapianti di fegato, eccetera). Il tema che si presenta oggi, però, è solo l'anteprima di uno scenario più vasto, perché in arrivo nei prossimi anni ci sono diverse nuove molecole con le medesime caratteristiche: alta efficacia su patologie importanti e altissimo costo.

A quel punto non basterà che l'AIFA faccia la sua parte e i governi la loro: le risorse non sono infinite. La prospettiva è una guerra fra malati: perché il farmaco per l'epatite C sì e quello per la tal malattia neurologica no? Pensare di affrontare il problema introducendo un sistema assicurativo, totale o misto, non sarebbe lungimirante: i costi verrebbero comunque scaricati sui malati attraverso un adeguamento dei premi, con una discriminazione su base economica. Anche l'industria del farmaco è chiamata quindi a fare la sua parte. Industria che non cessa di sottolineare come la ricerca per produrre vera innovazione costi molto. Argomentazione che però deve fare i conti con la realtà economica dei Paesi.

Se può essere giusto, e persino conveniente, riconoscere un premio alto per la vera innovazione, non appare più giustificato ne' sostenibile riconoscere premi sproporzionatamente alti per farmaci che non fanno davvero la differenza, di innovativo hanno poco, e che non sono davvero costati molto in termini di ricerca. A questa obiezione la risposta dell'industria è di solito che per ogni farmaco che arriva sul mercato molti vengono persi per strada e che quindi tutto concorre a coprire i costi necessari a garantire la redditività nel suo complesso e quindi la continuità economica delle aziende, e con essa la ricerca. Anche accettando questa spiegazione, rimane però il problema: la coperta, corta o lunga che sia, non è infinita. L'industria del farmaco gode, giustamente, di un credito e di una considerazione "speciali" perché speciale è il suo ruolo per la società.

Un suo abdicare a logiche esclusivamente mercantilistiche comprometterebbe questo ruolo e questo equilibrio. E sarebbe un male per tutti, anche per le aziende.

Autore: Luigi Ripamonti

Luigi Ripamonti è medico e lavora come giornalista scientifico dal 1992 per il gruppo RCS, dal 1996 al Corriere della Sera.Attualmente è responsabile di Corriere Salute e di Corriere.it/salute. Ha tenuto un laboratorio sulla comunicazione scientifica per anni all’Università di Milano (Facoltà di Scienze politiche) e seminari di giornalismo scientifico in università americane come la George Mason University in Virginia e la Chapman University in California.


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