Lettera ai ricercatori in epoca di COVID-19

Caro clinico, caro ricercatore, ti ringrazio per ciò che hai fatto per noi. Per le ore, giorni e notti in reparto cercando di salvare ogni vita, per quelli in laboratorio sperando di trovare evidenze che potessero spiegare, per quelli passati davanti al computer costruendo modelli per capire. Sapendo che ogni spiegazione avrebbe potuto essere diversa il giorno dopo. Senza di voi sarebbero morte ben più delle oltre 34 mila persone che piangiamo. Lo sforzo che avete fatto è immane. Lo so. Ne ho uno di voi accanto. Ho vissuto questa pandemia con gli occhi del paziente fragile, quale sono, e con quelli del medico e del ricercatore impegnato a sconfiggerla.

Ma l’ho vissuta anche con gli occhi di chi ha fatto della comunicazione la sua missione da 30 anni. C’è un’infodemia in corso, per cui la popolazione stanca, provata dal lockdown, confusa da voci contrastanti, seguirà sempre meno la scienza a tutto vantaggio dei complottisti, dei no-mask, dei no-vax, di quelli della cura facile e della soluzione semplice: siccome la mascherina è scomoda, allora fa venire il cancro, leviamola; siccome stare a casa è pesante, allora il virus non uccide, usciamo tutti.

La scienza e la medicina invece sono fatica, dibattito, scelte complesse, soluzioni plurime e difficili da percorrere. Preferisci fare dieci cicli di chemio che ti ammazza fisico e spirito o bere tutte le mattine bicarbonato e limone? Le soluzioni facili ci affascinano, siamo il paese della cura Di Bella, di Stamina e di Panzironi. Un popolo senza cultura scientifica di massa, che ignora cosa sia il metodo scientifico, perché una ricerca sia validata e un’altra valga come la mia lista della spesa.

E tu caro medico e caro ricercatore cosa racconti ad un popolo così? Che il Covid-19 è poco più che un’influenza; che hai trovato il farmaco miracoloso perché son guariti due pazienti; che quell’altro farmaco funziona perché in vitro ci sono dei risultati; che è colpa degli impianti di condizionamento degli ospedali, no dei treni sporchi; che non sono morti “per ” ma “con” covid; che la cura l’abbiamo trovata col siero iperimmune; che le mascherine non servono, poi servono quelle senza filtro; che il virus non c’è più e ciao e grazie. Tutto questo lo racconti sui social media o nei talk show e ti metti a litigare coi tuoi colleghi in pubblico, in assenza di studi pubblicati.

Dibattito e pluralità sono propri dell’ambiente scientifico, ma mi sarei aspettata risposte meno urlate e meno politiche dalla scienza: “non lo sappiamo, stiamo cercando di capire, sembrerebbe che, nel frattempo è importante fare così e colà”. In politica e alla tv se vuoi uscire dal rumore di fondo devi urlare, essere dogmatico, parlare per slogan, semplificare. Ma la scienza non è spettacolo, la scienza non è politica.

Rassicurare un popolo non vuol dire sminuire il virus o fare proclami. Non trattateci continuamente come bimbi da rassicurare, ma adulti da informare. Insegnateci la cultura del dubbio, ma con i toni della scienza, non dei talk show.

Autore: Francesca Ulivi

Giornalista professionista, Direttore Generale e Comunicazione della Fondazione Italiana Diabete (www.fondazionediabete.org) e Chief Communication Officer di #iamhere, network internazionale che combatte “hate speech” e “fake news” sui social nel mondo. È stata Direttore Responsabile dei telegiornali di Mtv, Paramount Channel e Spike Channel ed ha lavorato in MEDIASET, Rai, Tele+, ANSA. Ha vinto numerosi premi per il giornalismo televisivo e per la Corporate Social Responsibility, tra cui, nel 2011 il Premio Ilaria Alpi per un reportage sulla rivoluzione in Libia.


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