Linee guida e conflitti d’interesse

Possiamo credere nelle linee guida? La risposta è “si, ma con riserva”. Si perché le linee guida informano il medico dei più attuali approcci diagnostici e terapeutici e gli permettono di assumere decisioni basate su evidenze solide. E la riserva? Ce la suggerisce il British Medical Journal, prestigiosa rivista scientifica, che ha recentemente titolato: “Perché non possiamo credere nelle linee guida”, alimentando un dibattito sulla loro validità, gli errori o i pregiudizi a cui sono esposte.

A mo’ di esempio vediamo cosa è successo negli ultimi 20 anni alle linee guida sulla cura dell’ipertensione arteriosa nei pazienti diabetici. Prima del 1993 le linee guida non indicavano alcuna differenza dei livelli pressori ottimali da raggiungere per i pazienti ipertesi che soffrivano o meno di diabete, raccomandando a tutti di mantenere valori di pressione sistolica (comunemente nota come pressione massima) al disotto di 140 millimetri di mercurio (mmHg). Dal 1993 in poi si è assistito ad una progressiva riduzione dei livelli suggeriti nei pazienti diabetici fino all’indicazione di mantenere la pressione sistolica a valori inferiori a 130 mmHg. Agli inizi di quest’anno, tuttavia, la Società Americana di Diabetologia compie un enorme passo indietro, tornado a quanto si consigliava oltre 20 anni fa e cioè a 140 mmHg.

Ma come mai? Perchè questi ripensamenti? Detto semplicemente e senza retropensieri, studi recenti e migliori hanno dimostrato come scendere sotto i 130 mmHg non comporta alcun vantaggio, anzi espone ad un aumento dei rischi. Se fosse tutto qui, niente di nuovo. Le conoscenze migliorano grazie alla diversa forza degli studi effettuati e ad una migliore capacità di interpretarne i risultati tanto da poter rendere a volte obsolete indicazioni precedenti. Ma ci può essere stato dell’altro? Forse si. Quando una linea guida riduce i livelli di un parametro clinico oltre i quali è utile iniziare una terapia, aumenta improvvisamente ed enormemente il numero di pazienti trattabili, con evidenti guadagni per le industrie farmaceutiche (http://www.fivehundredwords.it/post/it-industrie-farmaceutiche-e-societ-medico-scientifiche). Siamo in grado di escludere che le industrie farmaceutiche abbiano avuto un ruolo nel condizionare la progressiva riduzione dei target pressori? Questi dubbi nascono anche dai legami, a volte esistenti, tra gli estensori delle linee guida, generalmente leader indiscussi nei loro campi di interesse, e le stesse aziende farmaceutiche. Un recente lavoro pubblicato sempre sul British Medical Journal, evidentemente e meritoriamente sensibile all’argomento, ha valutato la presenza di conflitti di interesse economico tra gli estensori delle linee guida sullo screening, diagnosi e trattamento per l’iperlipidemia. Si è notato che la percentuale di esperti con conflitti di interesse era molto alta e spesso sotto dichiarata. L’articolo conclude auspicando che le organizzazioni internazionali che producono linee guida siano molto rigorose per minimizzare il rischio di tali conflitti e rendere credibile quello che pubblicano. 

Recita un aforisma ”è difficile far capire ad un uomo un qualcosa quando il suo stipendio dipende dal suo non capire quel qualcosa". Sembra che i vari attori della ricerca farmacologia fatichino a comprendere l’importanza di combattere adeguatamente il fenomeno del conflitto d’interesse.

Autore: Salvatore De Cosmo

Salvatore De Cosmo è Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e Presidente della sezione pugliese della Società Italiana di Diabetologia. In queste vesti, si interessa di attività clinica e di ricerca in ambito endocrinologico e metabolico e di ottimizzazione dell’organizzazione sanitaria.


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