Quando l’informazione fa male. La salute in cronaca

La “malainformazione” può far male. Ma la cattiva informazione sulle persone malate e sulle questioni mediche può far ancor più male.

Mi capita spesso di parlarne nei corsi di deontologia giornalistica. Mi riferisco a due aspetti:  

1. la diffusione di informazioni e di dati sanitari di persone che, in quanto malate, si trovano spesso in una condizione di debolezza o di difficoltà psicologica. La diffusione di informazioni sanitarie può non solo aumentare il disagio che la condizione di malato porta normalmente con sé. Può anche diffondere paura, repulsione, stigmatizzazione sociale, discriminazione; 

2.il modo con cui i media informano su malattie (caso di scuola: il cancro come “male incurabile”), ricerche, nuove scoperte, inducendo talvolta illusioni o disperazione, in parecchi casi con un pressapochismo che cozza contro il concetto di scienza.

Riguardo al primo aspetto va ricordato che prima ancora della legge sulla privacy altre leggi vietano la diffusione di informazioni sulle persone che contraggono alcune malattie (es. l’Aids) o che si sottopongono a determinati trattamenti sanitari o terapeutici (es. aborto).

La diffusione dei dati sanitari può essere vista dal versante dei mezzi di informazione che decidono di pubblicare dati sulla salute e da quello degli operatori sanitari o anche delle forze di polizia che comunicano o diffondono ciò di cui sono venuti a conoscenza per ragioni di ufficio. Ovviamente i due aspetti sono in concreto collegati, perché i giornalisti traggono le informazioni spesso e volentieri proprio dagli ospedali e dai poliziotti.

Il giornalista può diffondere informazioni sulla salute di una persona anche senza il consenso di quest’ultima solo se questo è essenziale per realizzare il suo compito nei confronti dell’opinione pubblica, per perseguire cioè la finalità informativa. E’ dunque nella responsabilità del giornalista valutare volta per volta l’esistenza o meno dell’essenzialità dell’informazionesanitaria rispetto a notizie di interesse pubblico.

Ma l’interesse pubblico (da non confondere con la semplice curiosità) non è l’unico criterio da seguire, perché il codice deontologico dei giornalisti pone in posizione centrale la tutela della dignità della persona malata, che va sempre rispettata. In ogni caso non possono essere diffusi “dati analitici di interesse strettamente clinico”: il codice ha qui fatto una valutazione preventiva, ritenendo che la pubblicazione di questi dettagli non corrisponde all’interesse pubblico e sacrifica intollerabilmente la dignità e in alcuni casi anche il decoro del malato.

L’obbligo per il giornalista di acquisire lecitamente le informazioni significa anche astenersi dal diffondere dati ottenuti con violazione del segreto professionale, ad esempio da parte di sanitari.

Prima che intervenga la tagliola delle “500 parole”, un accenno all’altro aspetto sopra indicato. L’informazione sulla medicina (e la sua evoluzione) coinvolge, oltre che i giornalisti, medici, biologi e scienziati. Tutte categorie entro le quali fanno talvolta mostra di sé persone che non disdegnano (essendone visibilmente gratificate) la citazione sul giornale, l’intervista, la comparsata nei talk show. Invece, proprio questi professionisti dovrebbero ingaggiare con i giornalisti una vera battaglia culturale e scientifica per indurli a proprietà di linguaggio, ricerca di garanzia delle fonti, verifica delle notizie, autonomia assoluta dalla pubblicità sanitaria.

Autore: Mauro Paissan

Mauro Paissan, giornalista professionista con esperienze lavorative in giornali e televisioni, è stato deputato per tre legislature e per undici anni componente del Garante privacy. Tiene un corso di Deontologia del giornalismo presso l’Università Sapienza di Roma. E’ socio fondatore e consigliere dell’Associazione di volontariato “Una breccia nel muro”, specificamente dedicata ai disturbi dello spettro autistico.


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