Ricerca uguale ricchezza. Gli altri paesi l’hanno capito e noi?

“Politici e leader della maggior parte dei paesi del mondo hanno perso completamente i contatti con la realtà della ricerca” - commentava Amaya Moro-Martin, su Nature qualche mese fa - “sembrano non sapere che quanto più la ricerca è forte tanto meglio andrà l’economia” e questo è specialmente vero per i paesi dove la crisi si sente di più. “I politici invece tagliano la ricerca e rendono questi paesi ancora più vulnerabili. In Italia il reclutamento dei ricercatori è calato del 90 percento e di quello che si spende in ricerca fondamentale non è rimasto più nulla”.

La situazione è molto critica anche in Spagna, Grecia e Portogallo. E in Germania? Anche là per la crisi tre anni fa hanno tagliato il bilancio federale di 80 miliardi ma hanno aumentato del 15 percento gli investimenti in ricerca, soprattutto in ricerca biomedica. Il 30 ottobre i ministri hanno stanziato 25 miliardi e mezzo di   euro per ricerca e educazione superiore. E sì che la Germania investe già 100 miliardi all'anno in ricerca ed è il quarto paese al mondo dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Gran parte di quei soldi vanno alle 300 Università che contano più di 2 milioni e mezzo di studenti, 400 mila in più del 2005 . Governo e stati hanno siglato un accordo per garantire un aumento dei finanziamenti anche a quattro organizzazioni di ricerca non universitarie, come gli Istituti Max Planck. Insieme contano 254 centri e il budget è passato dai 5,2 miliardi del 2005 ai quasi 8 miliardi di oggi. Un editoriale di Nature del gennaio 2014 documenta che negli USA, invece, i finanziamenti pubblici per la ricerca non aumenteranno almeno quest'anno, in America però ci sono la filantropia privata e le donazioni.

L'Italia è lontanissima dai progetti d’investimento pubblico della Germania e dalla visione dei filantropi americani. Peccato perché c’è un solo modo per uscire dalla crisi, più soldi pubblici per la ricerca seguendo l'esempio della Germania e saper “corteggiare” i filantropi come hanno cominciato a fare negli Stati Uniti. Nel 2010 Obama aveva chiesto agli scienziati di aiutarlo a capire cosa sia tornato indietro all’economia americana da tutto quello che era stato investito in ricerca. Un rapporto di 600 pagine dimostra che gran parte della crescita del paese dipende dall’aver investito in ricerca e l’esempio più convincente è quello del genoma. Per decodificare quello umano negli Stati Uniti fra pubblico e privato si sono investiti 3,8 miliardi di dollari, il ritorno per l'economia del paese è stato di 800 miliardi in 13 anni: ogni dollaro speso ne ha resi 140. Dal 1998 al 2010 i posti di lavoro in più sono stati 3 milioni e 800.000. I nostri politici ti dicono che non è tempo di pensare alla ricerca, è un momento difficile per noi, forse il più difficile dal dopoguerra. Quando Lincoln lanciò il Morrill Act - il decreto che metteva le basi perché i giovani di talento potessero accedere all'educazione avanzata e promuovere la ricerca nel campo delle scienze e della tecnologia - si era in piena guerra civile. "Per dare un futuro alla nazione" disse il Presidente. Certo, lui era Abraham Lincoln ma la cosa che a me fa più impressione è che questo succedeva il 22 aprile 1863, 150 anni fa. Da noi si fanno previsioni (su quando e come e se mai si uscirà dalla crisi) e poi proclami e promesse. Ma tutto questo lascia il tempo che trova.

Autore: Giuseppe Remuzzi

Giuseppe Remuzzi è Direttore del Dipartimento di Medicina degli Ospedali Riuniti di Bergamo e coordina le attività di ricerca delle sedi di Bergamo dell’Istituto Mario Negri e del Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare. E’ membro del “Gruppo 2003” che annovera gli scienziati italiani più citati dalla letteratura scientifica ed ha ricevuto nel 2007 il “John P. Peters Award”, il più prestigioso premio nel campo della nefrologia internazionale. E’ Commendatore della Repubblica per meriti scientifici ed editorialista del Corriere della Sera.


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