Pubblicato il 17/12/12

Quando il troppo stroppia. Troppa medicina fa male

Accompagno dal medico una persona a me cara affetta da una patologia nodulare e chiedo al collega informazioni su quali protocolli diagnostici intenda seguire. Mi risponde: “Protocolli diagnostici? L’ultima volta che li ho seguiti mi è sfuggita una diagnosi di cancro; da allora non seguo alcun protocollo, faccio sempre il massimo: la biopsia!”. Ribatto: “Ma non mi pare un nodulo a rischio”; risponde “Vero, ma se, invece, poi è un cancro? Lo ripeto: biopsia!”. Inutile dire che il paziente a quel punto, nonostante le mie perplessità, ha deciso di effettuare la biopsia. I risultati, per fortuna, sono stati negativi. Tutto bene, quindi; a parte dolore ed infiammazione locale per una decina di giorni e nell’attesa dei risultati, 2 settimane di ansia. Discuto con un collega della terapia che ha consigliato ad un paziente e gliene chiedo il razionale. Mi risponde “ho ritenuto di somministrare quel tal farmaco alla luce della mia esperienza, basata su un caso simile di qualche mese addietro nel quale ho deciso il trattamento ed è andato tutto bene”. Faccio cortesemente notare che non esistono protocolli ufficiali che in un paziente di quel tipo indichino la necessità di quel trattamento e mi definisco contrario. Il collega mastica amaro e non se ne fa una ragione…alla luce della sua esperienza. Questi esempi aiutano a capire perché la sanità costi sempre di più e le strutture sanitarie siano sempre meno in grado di prestare servizi adeguati in tempi ragionevoli. La nota di oggi fa il punto sugli eccessi diagnostici ma gli eccessi sono, purtroppo, anche terapeutici. Con un approccio di questo tipo, a parte le industrie del settore e la sanità privata (e neanche sempre, perché gli eccessi costano anche lì), ci perdono tutti. Ci perde il paziente, troppo “medicalizzato” e costretto a lunghe liste d’attesa, ci perdono i medici più accorti, sviliti da un andazzo che li spinge ad un atteggiamento eccessivamente interventista, ci perde il contribuente che vede sperperati i suoi danari. Ci perde pure la giustizia sociale perché di questo passo, a fronte di risorse sempre più limitate, solo i pazienti più abbienti potranno avere pieno accesso alle prestazioni che necessitano, rivolgendosi alla sanità privata. (vt)
La copertina di un disco più bella di tutti i tempi? I risultati di un sondaggio lanciato da MusicRadar decretavano, il 16 maggio 2011, il successo di The dark side of the moon dei Pink Floyd. Poco più di un anno dopo, il 29 maggio 2012, il prestigioso British Medical Journal pubblica un articolo dal titolo inquietante: “come prevenire l’eccesso di procedure diagnostiche (overdiagnosis) per smettere di danneggiare la salute”. Ma, al di là della mia passione per la musica e il BMJ, quale filo lega l’overdiagnosis con la faccia oscura della luna? Se l’overdiagnosis si verifica quando in soggetti asintomatici viene diagnosticata una malattia non evolutiva, che non sarà mai sintomatica, né causa di mortalità precoce, la faccia oscura della luna è popolata da tutte le conseguenze negative di essere “etichettati” come malati, dai rischi legati a test diagnostici e trattamenti non necessari, dallo spreco di risorse economiche che potrebbero essere utilizzate in maniera più appropriata.

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Autore/i

  • Nino Cartabellotta

    Nino Cartabellotta (www.ninocartabellotta.it) è medico, specialista in medicina interna e gastroenterologia; si interessa di metodologia con competenze trasversali a tutte le professioni ed i livelli organizzativi del sistema sanitario. Fondatore nel 1996 del Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze (www.gimbe.org), dal 2010 è presidente della Fondazione GIMBE. E’, inoltre, Direttore Responsabile di Evidence, rivista metodologica open access e Autore del blog “La sanità che vorrei”. 

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