Cannabis per il dolore cronico: tante speranze, poche evidenze

Dal 14 dicembre 2016 è disponibile in Italia la cannabis FM2 prodotta dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, contenente tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD). Il 22/2/2017 il Ministero della Salute ha emanato una circolare, informando medici e farmacisti sulla preparazione e l’utilizzo della cannabis FM2. Tra le indicazioni, “…l’analgesia in patologie che implicano spasticità associata a dolore (sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale) resistente alle terapie convenzionali…” e “…l’analgesia nel dolore cronico (con particolare riferimento al dolore neurogeno) in cui il trattamento con antinfiammatori non steroidei o con farmaci cortisonici o oppioidi si sia rivelato inefficace…”. La circolare sottolinea che “…la cannabis è un trattamento sintomatico di supporto a quelli standard, quando questi non hanno prodotto gli effetti desiderati o hanno provocato effetti secondari non tollerabili o necessitano di incrementi posologici che potrebbero determinare effetti collaterali…"

La Fondazione GIMBE ha recentemente pubblicato il Position Statement “Uso terapeutico della cannabis nel dolore cronico: efficacia ed effetti avversi”, che sintetizza evidenze scientifiche estremamente frammentate su benefici e rischi della cannabis. Il Position Statement mira a fornire una mappa delle conoscenze per guidare decisioni dei medici e scelte dei pazienti, orientare la conduzione di ulteriori studi e fornire alle Istituzioni elementi oggettivi per stimare il fabbisogno nazionale di cannabis.

Il documento conclude che negli adulti con dolore cronico le evidenze sui benefici e rischi della cannabis terapeutica sono ancora esigue: limitate evidenze scientifiche dimostrano che i preparati con contenuto standardizzato di THC-CBD possono alleviare il dolore neuropatico, ma le prove di efficacia sono insufficienti nei pazienti con altri tipi di dolore. Peraltro, la maggior parte degli studi sono di piccole dimensioni, con rilevanti limiti metodologici e non forniscono dati robusti sugli effetti a lungo termine.

Nei pazienti con dolore cronico la cannabis causa eventi avversi a breve termine, sia frequenti e lievi (es. vertigini, senso di stordimento), sia rari e severi (es. tentato suicidio, paranoia, agitazione). Tuttavia, le evidenze sui rischi della cannabis derivano soprattutto da studi condotti nella popolazione generale. Nei giovani adulti il fumo occasionale di cannabis non danneggia la funzione polmonare sino a 20 anni di follow-up ma le evidenze sono, invece, insufficienti sugli eventi cardiovascolari e sui tumori. Inoltre, l’uso di cannabis si associa allo sviluppo di sintomi psicotici e di esacerbazioni di sintomi maniacali nel disturbo bipolare; l’intossicazione acuta aumenta il rischio di incidenti stradali e l’utilizzo prolungato riduce le funzioni cognitive e si associa con una grave forma di vomito ciclico.

Vista l’imminente regolamentazione legislativa sugli usi terapeutici della cannabis con i conseguenti oneri a carico del Servizio Sanitario Nazionale, non si può ignorare che non esistono dati definitivi sulla sua efficacia nel dolore cronico e che le informazioni sui potenziali rischi sono ancora limitate. Ecco perché al fine di utilizzare meglio il denaro pubblico, è indispensabile sia non alimentare aspettative irrealistiche nei pazienti, sia condurre ulteriori studi per valutare sia l’efficacia della cannabis nel dolore cronico non neuropatico, sia gli effetti avversi e i rischi emergenti.

Autore: Nino Cartabellotta

Nino Cartabellotta (www.ninocartabellotta.it) è medico, specialista in medicina interna e gastroenterologia; si interessa di metodologia con competenze trasversali a tutte le professioni ed i livelli organizzativi del sistema sanitario. Fondatore nel 1996 del Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze (www.gimbe.org), dal 2010 è presidente della Fondazione GIMBE. E’, inoltre, Direttore Responsabile di Evidence, rivista metodologica open access e Autore del blog “La sanità che vorrei”. 


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