Come stiamo? Notizie dal mondo sulla nostra salute - 3

Il grado di salute e la capacità di curarsi sono straordinariamente diseguali tra regioni diverse del mondo, tra paesi diversi delle stesse regioni e, addirittura, all’interno di uno stesso paese o, da non crederci, all’interno di una stessa città. Per esempio, vive in Africa e nel Sud Est Asiatico la maggioranza dei 2 milioni di persone che ogni anno perdono la vita a causa di malattie infettive e nelle stesse regioni del mondo vivono la gran parte delle 230mila donne che annualmente perdono la vita durante il parto. In generale, si passa da un’aspettativa di vita di 46 anni in Sierra Leone agli 84 anni in Giappone, una differenza davvero enorme.

Ma anche tra Paesi delle stesse regioni, esistono gravi diseguaglianze. Secondo il noto epidemiologo inglese Michael Marmot (Salute diseguale, edito da il Pensiero Scientifico oppure in sintesi http://www.fivehundredwords.it/argument/it-la-salute-diseguale-la-sfida-di-un-mondo-ingiusto) l’Italia esce a testa alta dal confronto con altri paesi occidentali, essendo una delle nazioni meno diseguali al mondo, insieme ai paesi scandinavi. Campioni di diseguaglianza sono i paesi anglosassoni, Stati Uniti in testa e a ruota il Regno Unito.

E all’interno dello stesso Paese? Prendiamo il nostro, come esempio. Come si diceva, grazie al sistema sanitario universalistico, l’Italia è uno dei paesi con meno diseguaglianze. Tuttavia, abbiamo anche noi importanti criticità. L’Osservatorio nazionale della salute, coordinato dal prof. Ricciardi dell’Università Cattolica di Roma, ci presenta l’Italia come un paese a…due velocità. Si, l’abbiamo già sentita questa ma quando si parla della salute la faccenda diventa ancora più inquietante. Secondo il luogo di residenza o del livello d’istruzione, si determinano grosse differenze dell’aspettativa di vita. Per esempio a Napoli, metropoli di rilevanza europea, l'aspettativa di vita non arriva agli 81 anni mentre solo 500 Km più a nord, a Firenze, si superano gli 84. E non fa impressione leggere che nel nostro Paese, i non laureati hanno una speranza di vita ridotta di 3 anni se donne o di 5 anni se uomini, rispetto ai laureati? O, grazie allo studio “Molisani”, che nel Molise, il reddito individuale è inversamente correlato all’aderenza alla dieta mediterranea e conseguentemente al rischio di obesità e delle malattie correlate?

E, infine, ancora Marmot dimostra come a Londra, una delle città più ricche del mondo, si osservano differenze di 20 anni di durata della vita fra quartieri diversi. E la differenza dipende dalla differente capacità che gli individui hanno di poter accedere e saper gestire le cure di cui necessitano.

In conclusione, in tutto il mondo oggi muoiono meno neonati e bambini di 10 o 20 anni fa, abbiamo un’aspettativa di vita ben più lunga dei nostri nonni ma anche solo dei nostri genitori e gli anziani sono decisamente più sani che in precedenza. In termini di salute, quindi, non siamo mai stati così bene; ma c’è molta, troppa diseguaglianza. Forse risorse economiche e strutturali, sforzi organizzativi e intelligenze andrebbero investite non solo per vivere più a lungo ma anche per ridurre le insopportabili diseguaglianze che esistono fra popoli, fra connazionali, addirittura fra concittadini.

Autore: Vincenzo Trischitta

Vincenzo Trischitta insegna Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma e dirige un gruppo di ricerca sulla genetica del diabete e delle complicanze cardiovascolari presso l’Istituto Scientifico Casa Sollievo della Sofferenza tra Roma e San Giovanni Rotondo.

Attribuisce agli scienziati il dovere della divulgazione e della informazione per una società più consapevole e più libera.


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