COVID-19 e mancata protezione degli operatori sanitari: un boomerang letale

In Italia al 24 marzo 2020 5.760 professionisti sanitari avevano contratto un’infezione da coronavirus, pari all’8,3% del totale delle persone contagiate, una percentuale nettamente superiore alla in Cina (3,8%). I numeri dimostrano che paghiamo il prezzo dell’impreparazione organizzativa all’emergenza con assenza di raccomandazioni nazionali, carenza di dispositivi di protezione individuale (DPI), mancata esecuzione sistematica dei tamponi agli operatori sanitari e, infine, mancata formazione dei professionisti sanitari e informazione alla popolazione.

Tutte queste attività erano previste dal “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” predisposto dopo l’influenza aviaria del 2003 dal Ministero della Salute e aggiornato al 10 febbraio 2006, inspiegabilmente mai ripreso e aggiornato dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale dello scorso 31 gennaio. La mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari si è trasformata in un boomerang letale: gli operatori infetti sono stati gli inconsapevoli protagonisti della diffusione del contagio in ospedali, residenze assistenziali e domicilio di pazienti.

Per tale ragione la Fondazione GIMBE ha invitato tutte le Regioni, sulla scia di quanto già deliberato in Emilia Romagna e Calabria, a dare la massima priorità all’esecuzione di tamponi a tutti gli operatori sanitari, sia in ospedale, sia sul territorio. Riguardo la protezione degli operatori in prima linea contro l’emergenza le raccomandazioni nazionali dovrebbero indicare gli interventi più efficaci per prevenire l’infezione del personale sanitario, senza prendere in considerazione eventuali difficoltà locali ad attuarli per assenza di DPI. Le linee guida dovrebbero, infatti, essere basate sulle migliori evidenze scientifiche, lasciando poi ai singoli paesi, la possibilità di definire le priorità in relazione a necessità, disponibilità ed eventuali difficoltà di approvvigionamento.

Non è accettabile scientificamente ed eticamente “tarare al ribasso” le raccomandazioni nazionali e, a cascata, i protocolli regionali e locali per proteggere gli operatori sanitari con conseguenze che ricadono sulla salute dei professionisti, dei pazienti e sulla tenuta del servizio sanitario. Riguardo all’elaborazione dei protocolli regionali e locali di protezione degli operatori sanitari, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato il 14 marzo un documento che contiene raccomandazioni inapplicabili in ambito ospedaliero e/o insufficienti a garantire la massima protezione degli operatori sanitari.

L’augurio è che l’ISS proceda ad una revisione del documento per garantire la massima protezione di professionisti e operatori sanitari ma anche che tutte le Regioni dispongano di effettuare i tamponi a tutti gli operatori in prima linea contro l’emergenza e che la fornitura di mascherine per medici, operatori sanitari e pazienti sia adeguata secondo quanto previsto dalle le migliori evidenze scientifiche.

Autore: Nino Cartabellotta

Nino Cartabellotta (www.ninocartabellotta.it) è medico, specialista in medicina interna e gastroenterologia; si interessa di metodologia con competenze trasversali a tutte le professioni ed i livelli organizzativi del sistema sanitario. Fondatore nel 1996 del Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze (www.gimbe.org), dal 2010 è presidente della Fondazione GIMBE. E’, inoltre, Direttore Responsabile di Evidence, rivista metodologica open access e Autore del blog “La sanità che vorrei”. 


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