I test di screening oncologico. Per favore, non tutti a tutti.

Le strategie di screening oncologico ad elevata intensità mirano ad identificare il maggior numero di tumori, nella speranza che la diagnosi precoce e la conseguente tempestività del trattamento coincidano sempre con una riduzione della morbilità e mortalità, senza comportare rischi: vengono pertanto ampliate le popolazioni target, utilizzati test più sensibili e aumentata la frequenza. Le strategie di screening variano anche in relazione al loro value: rispetto ai rischi e costi associati, quelle ad elevato value producono grandi benefici mentre le strategie dal basso value restituiscono benefici enormemente più piccoli.

La notevole diffusione di screening oncologici intensivi al di fuori dei programmi organizzati risponde a forti sollecitazioni che spingono medici e cittadini verso l’approccio della massima probabilità di diagnosticare ogni forma di cancro. Infatti, tutti siamo istintivamente portati a credere che identificazione precoce e conseguente tempestività del trattamento di un tumore ne migliorino sempre la prognosi, senza comportare alcun rischio.

Per diffondere la consapevolezza di come modificare il value degli screening in relazione alla loro intensità, il Position Statement GIMBE – recentemente presentato a Oxford – ha valutato secondo questo nuovo approccio cinque screening oncologici (mammella, cervice uterina, colon retto, ovaio e prostata), identificando i test diagnostici raccomandati e non raccomandati, al fine di guidare le decisioni politiche, manageriali e professionali, oltre che informare le scelte dei cittadini.

In accordo alle migliori evidenze scientifiche dovrebbero essere offerti alle popolazioni target solo screening oncologici di provata efficacia nel ridurre la mortalità: di fatto, quelli attualmente inclusi nei livelli essenziali di assistenza e previsti dai programmi organizzati per lo screening del carcinoma della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Tuttavia, assistiamo impotenti a un inaccettabile paradosso: da un lato i programmi di screening organizzato, già a carico del SSN, non sono adeguatamente implementati, dall’altro il SSN rimborsa una valanga di test diagnostici dal basso value che a fronte di benefici incerti presentano rischi reali e consumano preziose risorse.

La Fondazione GIMBE ha valutato le performance regionali nel periodo 2003-2013 utilizzando l’indicatore della “Griglia LEA”, che descrive l’adesione della popolazione eleggibile ai 3 programmi di screening. Lo score cumulativo delle performance regionali è aumentato da 75 a 176, pur rimanendo lontano dal punteggio massimo ottenibile (315), garanzia di una copertura ottimale sul 50-60% della popolazione target. Nonostante i limiti dell’indicatore LEA e la certezza che vengono effettuati screening al di fuori dei programmi organizzati, emerge il sotto-utilizzo di screening ad elevato value con enormi differenze regionali.Questo a dispetto del Piano Screening 2007-2009 che, per superare le criticità nelle Regioni meridionali e insulari, ha stanziato 41,5 milioni di euro.

Per garantire il massimo ritorno in termini di salute dal denaro investito, da un lato è indispensabile un’ottimale implementazione solo degli screening oncologici efficaci nel ridurre la mortalità, dall’altro occorre arginare la percezione professionale e sociale che la diagnosi precoce dei tumori costituisce sempre e comunque la migliore opzione, contrastando tutte le strategie dal basso value che aumentano i rischi per la popolazione a fronte di benefici non documentati e determinano inaccettabili sprechi di denaro pubblico.

Autore: Nino Cartabellotta

Nino Cartabellotta (www.ninocartabellotta.it) è medico, specialista in medicina interna e gastroenterologia; si interessa di metodologia con competenze trasversali a tutte le professioni ed i livelli organizzativi del sistema sanitario. Fondatore nel 1996 del Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze (www.gimbe.org), dal 2010 è presidente della Fondazione GIMBE. E’, inoltre, Direttore Responsabile di Evidence, rivista metodologica open access e Autore del blog “La sanità che vorrei”. 


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