L’efficienza dei piccoli ospedali

La spending review del Governo Monti causerà la chiusura di molti ospedali di piccole dimensioni, con pochi posti letto e con poche specialità. Questo ha scatenato un vera e propria ribellione dei cittadini interessati e con proteste ufficiali di sindaci e varie autorità a volte francamente pittoresche. Ci sembra che la protesta sia stata avanzata “a prescindere” da un’analisi attenta dei dati disponibili. Siamo proprio sicuri, infatti, che chiudere i piccoli ospedali rappresenti un danno reale per la salute del cittadino?

Oggi si richiede che la qualità dell’assistenza erogata sia eccellente. Una tale legittima ambizione non può prescindere dal numero delle prestazioni che la struttura eroga (è improbabile che un chirurgo sia bravo se non esegue un elevato numero di interventi), dalle specialità mediche e chirurgiche presenti nella struttura ed infine dalle attrezzature disponibili, spesso molto costose. Possono i piccoli ospedali garantire queste caratteristiche? La risposta è: “in media no!”.

L’eccellenza dipende anche dalla professionalità e dalla possibilità di aggiornamento continuo degli operatori sanitari e ciò è quasi ineludibilmente collegato all’attività di ricerca clinica. L’attività di ricerca, infatti, ha ricadute positive sulla formazione del personale ed aiuta a perfezionare la metodologia di approccio a problemi clinici articolati e complessi, migliorando, in ultima analisi, la qualità delle prestazioni fornite. Può, in media, un piccolo ospedale essere coinvolto a pieno titolo in importanti attività di ricerca? Anche qui la risposta è negativa. La ricerca, infatti, non si improvvisa, deve essere affidata a medici ed infermieri specificamente formati allo scopo, necessita di strutture dedicate e si avvale di casistiche e finanziamenti di cui molto difficilmente un piccolo ospedale può disporre.

A tutte queste considerazioni, si aggiungono quelle più strettamente economiche relative al fatto che la stessa prestazione costerebbe mediamente di più in un ospedale piccolo rispetto ad uno più grande e che finanziare ospedali piccoli significa sottrarre risorse economiche per promuovere e raggiungere l’eccellenza assistenziale negli ospedali di maggiori dimensioni. Allora perché la protesta? A parte i motivi di inevitabile clientelismo politico locale che vede venir meno la possibilità di gestire posti di lavoro o appalti che ruotano attorno ad un ospedale, ne sottolineiamo uno di ordine culturale e psicologico che rende il cittadino preoccupato e contrariato: “mi sento tranquillo se, in caso di bisogno urgente, posso raggiungere l’ospedale in cinque minuti” (senza considerare come si verrà curati); oppure “devo fare una TAC e voglio poter raggiungere facilmente la struttura pubblica dove eseguire l’esame” (senza considerare se la strumentazione disponibile o l’equipe radiologica sono di buona qualità); oggi il cittadino tende a chiedere al sistema sanitario non salute ma prestazioni.

E’, quindi, urgente che le autorità sanitarie procedano ad educare la popolazione ad una corretta cultura della salute, nel rispetto delle risorse disponibili. In questo processo diventa cruciale il contributo dei medici di medicina generale e dei servizi territoriali; essi devono riappropriarsi della centralità del loro ruolo che negli ultimi anni, spesso ed inopportunamente, è stato delegato all’ospedale.

Autore: Salvatore De Cosmo

Salvatore De Cosmo è Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e Presidente della sezione pugliese della Società Italiana di Diabetologia. In queste vesti, si interessa di attività clinica e di ricerca in ambito endocrinologico e metabolico e di ottimizzazione dell’organizzazione sanitaria.

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