L’entrata in commercio dei farmaci oncologici - Un esempio di come le cose non dovrebbero andare.

I nuovi farmaci oncologici sono molto costosi ma…sono sempre efficaci? Che cosa dicono gli studi indipendenti, cioè non sponsorizzati dalle stesse industrie produttrici?

Si comincia con uno studio pubblicato su JAMA Intern Med nel 2015 che mostra come 36 dei 54 farmaci oncologici approvati dalla FDA tra il 2008 e il 2012 non avevano evidenza di effetti su durata e/o qualità della vita. Non solo ma di questi 36, solo 5 hanno mostrato un allungamento della vita negli oltre 4 anni successivi all’entrata in commercio in cui è continuato il monitoraggio dell’efficacia del farmaco (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5104665/pdf/nihms763236.pdf).

Si va avanti con un secondo studio pubblicato su BMJ nel 2017 (https://www.bmj.com/content/359/bmj.j4530) che mostra come ben 39 dei 68 farmaci oncologici approvati dall’EMA tra il 2009 e il 2013 non avevano evidenza di effetti su durata e/o qualità della vita. Di questi 39, solo 6 hanno mostrato effetti benefici nei quasi 6 anni successivi all’entrata in commercio. Questo stesso studio riporta che per 11 dei 23 farmaci che aumentano statisticamente l’aspettativa di vita, l’effetto benefico era, secondo le stesse linee guida dell’EMA, “clinicamente non significativo” riducendosi a poche settimane o pochissimi mesi di vita.

Com’è possibile che ciò sia accaduto? Semplice, lo descrive bene l’editoriale allo studio di BMJ (https://www.bmj.com/content/bmj/359/bmj.j4528.full.pdf): sia la FDA e l’EMA si sono basati su studi inadeguati e, d’altra parte, non hanno ritenuto necessario richiederne di nuovi per approvare la commercializzazione dei farmaci. La pecca più grave di una buona parte di questi studi è che si basano sull’analisi di surrogati e non di eventi clinici che realmente sono di nostro interesse. Surrogati che, diversi studi hanno dimostrato essere mal correlati agli eventi clinici più rilevanti. L’esempio più classico è quello di studiare l’effetto di un farmaco sulla progressione della malattia invece che sulla sopravvivenza del paziente. I risultati sono quelli sopra descritti: la maggioranza dei farmaci non sembra avere alcun reale effetto sulla sopravvivenza e quando un effetto c’è, è molto modesto.

Un po’ di conti: il costo medio per scoprire e sviluppare un farmaco oncologico è, secondo studi indipendenti che hanno preso in esame 10 nuovi farmaci degli ultimi anni, di circa 900 milioni di dollari (le industrie dicono invece trattarsi di 2.7 miliardi). Dopo solo 4 anni dall’entrata in commercio di questi farmaci, le industrie farmaceutiche hanno guadagnato per ogni farmaco circa 7 volte in più di quanto hanno investito. A questi prezzi e con questa efficacia terapeutica, prolungare la durata della vita di un paziente di un solo mese costa oggi circa 60mila euro (analisi effettuata in Francia). Per quanto tempo i sistemi sanitari nazionali potranno sostenere queste spese?

L’insegnamento è chiaro e si spera serva a modificare gli atteggiamenti futuri delle agenzie regolatorie: approvare a carico del sistema sanitario nazionale farmaci molto costosi dai benefici insicuri, o al meglio molto modesti, comporta spreco di denaro pubblico. Ciò, soprattutto in un momento di ristrettezze economiche, mette a rischio la possibilità futura di garantire gratuitamente cure efficaci a tutta la popolazione.

Autore: Vincenzo Trischitta

 
 

Vincenzo Trischitta insegna Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma e dirige un gruppo di ricerca sulla genetica e l’epidemiologia del diabete e delle sue complicanze cardiovascolari presso l’Istituto Scientifico Casa Sollievo della Sofferenza tra Roma e San Giovanni Rotondo. E’ tra i fondatori, nel 2019, del Patto Trasversale per la Scienza. Attribuisce agli scienziati il dovere della divulgazione e della informazione per una società più consapevole e più libera.

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