Ma siamo sicuri che, in una visione globale, la terza dose del vaccino anti-COVID-19 sia giusta o almeno utile?

Proprio in questi giorni i Centers for Disease Control (CDC) americani hanno suggerito l’uso della terza dose vaccinale pur se solo in soggetti immuno-depressi. Anche UK, Francia, Germania hanno deciso di non attendere i risultati degli studi di efficacia e cominceranno tra poche settimane a somministrare la terza dose con indicazioni meno restrittive dedicandola agli over 50-60 e ai soggetti a rischio. Israele ha già iniziato praticamente a tappeto, senza limitazioni. In questa faccenda sono due gli aspetti da considerare. Il primo, fa riferimento all’efficacia della terza dose che, per quanto sia ragionevole ipotizzare, manca ancora oggi di dati robusti, come gli stessi CDC ed EMA hanno sottolineato.

La decisione di avviare la terza dose non è quindi basata su evidenze di efficacia. E’ già successo in precedenza (e proprio durante questa pandemia) che le decisioni assunte dalle istituzioni sanitarie non fossero basate su dati scientifici robusti e consacrati (vedi il disastro della gestione AstraZeneca). Non crediamo sia il modo migliore di procedere ed in certi Paesi è sembrato un atteggiamento più da giocatori d’azzardo che da responsabili di sanità pubblica. Ma in alcune circostanze, quando sembra impossibile attendere il completamento degli studi e non sembrano esserci importanti rischi collaterali, ci sta che alcune decisioni siano assunte anche in assenza di solide evidenze, purché i cittadini siano bene informati.

Ma c’è un secondo aspetto da considerare e cioè se, in uno scenario globale, questa scelta sia eticamente giusta o addirittura utile. E’ giusto che si trattino con la terza dose le popolazioni dei Paesi ricchi quando in moltissimi Paesi la proporzione di vaccinati è ancora bassissima (inferiore al 2%) ed in alcuni con la più alta mortalità nelle ultime settimane (per esempio Tunisia, Georgia, Namibia, Sud Africa) è comunque inferiore al 10%? Per porre rimedio a questa palese ingiustizia diverse organizzazioni internazionali hanno creato Covax, programma di vaccinazione dei Paesi poveri, a cui però sono state consegnate solo 200 milioni di dosi, invece dei 2 miliardi necessari, almeno inizialmente. 

Esther Duflo, premio Nobel per l’economia, continua a ripetere che acquistare la doppia dose di tutti i vaccini necessari per i Paesi poveri costa solo 50-60 miliardi di dollari ma i Paesi ricchi non si muovono. Molto ingiusto, non vi è dubbio; questo atteggiamento esaspera la diseguaglianza fra Paesi poveri e ricchi che il COVD-19 ha già evidenziato con una clamorosa sproporzione di sofferenze e di morti. Ma oltre che ingiusto è almeno un atteggiamento utile? La risposta è “NO” perché grazie ai miliardi di individui ancora non vaccinati il virus continua a circolare intensamente e ciò non potrà che portare alla comparsa di altre varianti verso alcune delle quali i vaccini saranno meno efficaci con risvolti negativi anche sulla salute e sulle economie dei Paesi ricchi e già vaccinati.

Siamo perciò d’accordo con JAMA e con l’OMS: in una visione globale (quale altra avere?) e coll’attuale carenza di vaccini per tutta la popolazione mondiale, la terza dose di vaccino, soprattutto se somministrata a tappeto nei Paesi ricchi, è prematura e dannosa.

Autore: Vincenzo Trischitta

 
 

Vincenzo Trischitta insegna Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma e dirige un gruppo di ricerca sulla genetica e l’epidemiologia del diabete e delle sue complicanze cardiovascolari presso l’Istituto Scientifico Casa Sollievo della Sofferenza tra Roma e San Giovanni Rotondo. E’ tra i fondatori, nel 2019, del Patto Trasversale per la Scienza. Attribuisce agli scienziati il dovere della divulgazione e della informazione per una società più consapevole e più libera.

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